mercoledì 28 febbraio 2018

Tomoe Gozen, la leggendaria donna samurai

« Con la sua pelle diafana, i lunghi capelli e il volto aggraziato, Tomoe era la più bella. Era anche un arciere forte e un soldato vigoroso, in sella o a piedi, adatta ad affrontare un demone o un dio, valeva quanto mille guerrieri. Aveva una tattica superba nel rompere le righe di cavalli selvaggi, non temeva le discese accidentate. Nelle prime fasi della battaglia, Yoshinaka la inviava come primo capitano in armatura pesante, con una grande spada e un potente arco. Al suo nome era associata maggiore gloria che a qualsiasi altro guerriero. E quando tutti erano ormai periti o scappati, lei era rimasta fra gli ultimi sette cavalieri. »
Jonathan Clements, La storia segreta dei samurai

Ogata Gekko, La partenza di Tomoe Gozen1904

Tomoe Gozen (巴御前), una combattente al servizio dello shogun Minamoto no Yoshinaka (源義仲), è una delle più valorose guerriere descritte nella letteratura epica della tradizione samurai. 
In questa affascinante xilografia di inizio '900, intitolata "La partenza di Tomoe" (巴の出陣), la vediamo in una raffigurazione del celebre artista Ogata Gekko (尾形月耕).
La stampa è su carta giapponese washi (和紙).




Tomoe Gozen in battaglia


<<Figura mitica o realmente esistita, Tomoe Gozen, descritta come una delle donne più belle del Giappone feudale, rappresenta per molti praticanti di naginata la leggendaria capostipite di questa splendida quanto spettacolare arte marziale. Binomio interessante, quello della bellezza e della forza guerriera, che lascia spazio all’analisi della figura delle donne samurai in un Giappone attraversato dagli scontri armati e dalle lotte di potere. Sebbene la tradizione abbia fatto prevalere una figura spesso stereotipata delle donne giapponesi, chiamate ad interpretare il ruolo di “Eroine Tragiche”, che si uccidono alla morte del marito, “Madri energiche”, che allevano i loro figli affinché essi possano vendicare la morte del padre, “Donne caritatevoli”, le cui doti spingono un guerriero a raggiungere un forma di empatia nei confronti del prossimo, convincendolo a non piegare in schiavitù i figli del proprio nemico sconfitto, la storia (e alcune leggende) restituiscono un’immagine ben diversa delle donne dell’epoca.
Nel primo periodo feudale, infatti, le donne dei samurai erano costrette a passare lunghi periodi sole, mentre gli uomini erano impegnati sul campo di battaglia. Fu in questo periodo che esse cominciarono ad assumere su di sé un ruolo fondamentale per tutto ciò che riguardava la sopravvivenza della famiglia e il buon andamento della casa: le donne si occupavano infatti di procurare i viveri e tutti i generi necessari alla sopravvivenza dei figli, controllavano e dirigevano i propri servitori, e nei periodi di disordine assunsero gran parte della gestione finanziaria ed economica delle proprie case. La loro opinione e le loro decisione su tutto ciò che riguardava il benessere della famiglia era tenuto in altissima considerazione. Oltre a ciò, le donne si occupavano dell’educazione dei propri figli, cercando di instillare in loro il senso di lealtà, onore, coraggio e forza, elementi essenziali per qualsiasi samurai.
Talvolta le mogli dei guerrieri seguivano i propri uomini in battaglia, combattendo al loro fianco fino alla fine e, come i loro compagni, anch’esse erano chiamate a commettere suicidio se la loro famiglia era disonorata o per protesta contro l’ingiustizia e il disfacimento dei costumi.
E’ proprio in questo scenario, in cui le donne erano chiamate a difendere le loro famiglie da possibili aggressioni, in assenza dei loro uomini, o a seguire questi ultimi in battaglia, che si sviluppa la figura della donna samurai, sempre accompagnata dalla sua arma preferita: la naginata. La sua lunghezza e la sua estrema versatilità fecero infatti della naginata una delle armi più usate dalle donne.
La più famosa fra le donne samurai è senza dubbio Tomoe Gozen, descritta nell’Heike Monogatari come una donna “…particolarmente bella, con la pelle bianca, lunghi capelli, e tratti affascinanti. Lei era inoltre un arciere incredibilmente forte, e con la spada era un guerriero di valore, pronta a confrontarsi con demoni e dei, a cavallo o a piedi. Tomoe cavalcava destrieri indomabili con splendide criniere; e li guidava lungo ripidi pendii. Ovunque la battaglia fosse imminente, Yoshinaka la mandava in avanscoperta come suo primo capitano, equipaggiata con una pesante armatura, un spada sproporzionata e un grande arco; e lei mostrava più atti di coraggio di qualsiasi altro dei suoi guerrieri”.
La leggenda (o la storia) vuole infatti che Tomoe Gozen fosse la sposa del generale Kiso Yoshinaka (ai tempi della guerra Gempei, nel XII secolo) e che lo accompagnasse su tutti i campi di battaglia, insieme alla sua inseparabile naginata. Yoshinaka si oppose al clan dei Taira e prese la città di Kyoto subito dopo aver vinto la battaglia di Kurikawa, nel 1184. I suoi successi militari ingelosirono però i fratelli, che lo spinsero a compiere seppuku. Per assicurare al marito il tempo necessario per commettere seppuku, si narra che Tomoe guidò il suo esercito contro le forze nemiche, scagliandosi contro il suo più potente nemico, disarcionandolo e decapitandolo. Nel frattempo, tuttavia, Yoshinaka venne ucciso da una freccia.
Alcune leggende si concludono con la morte di Tomoe, altre raccontano invece come lei sia sopravvissuta e sia divenuta una sposa buddista. Una leggenda vuole invece che Tomoe sia stata catturata da Wada Yoshimori, con il quale ebbe un figlio, Asahina, ritenuto uno dei più forti guerrieri del tardo periodo Kamakura.
Qualsiasi sia stato il reale destino di questa donna-simbolo delle donne guerriero, a noi piace immaginarla avvolta dalla sua armatura, pronta a combattere con tutte le sue forze, con a fianco la sua naginata.>>

Tomoe Gozen in battaglia



"Hana wa sakuragi, hito wa bushi "

"Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero "



<< Un antico verso recitava così per ricordare che il fiore di ciliegio era stato adottato come emblema della classe dei Samurai, in quanto metafora perfetta della bellezza e della caducità della vita.
Il samurai era una perfetta combinazione di precisione, efficacia ed eleganza. Nel Giappone antico, attraversato da numerosi scontri armati e da continue lotte di potere, anche le donne potevano essere valorose guerriere. Nel primo periodo feudale infatti erano numerose le donne dei samurai (madri, mogli o figlie) che, costrette a passare lunghi periodi da sole, iniziarono ad assumersi gran parte della gestione finanziaria ed economica delle loro case e a praticare un allenamento costante nelle arti marziali, in modo da garantire sicurezza e benessere per la propria famiglia. La loro arma per eccellenza era la "naginata", un'affilata lama montata su di un lungo e robusto bastone che permetteva anche ad una donna di combattere contro corpulenti aggressori, compensando il divario fisico. Alcune poi arrivavano perfino a seguire gli uomini in battaglia combattendo al loro fianco fino alla fine secondo i valori del Bushido: lealtà, onore, coraggio. Fra queste una delle figure più popolari è senz'altro Tomoe Gozen, di cui purtroppo sappiamo molto poco poiché le fonti principali sono solo letterarie, in particolare lo Heike monogatari, il poema epico che narra le vicende della guerra Genpei (1180-1185) fra i Minamoto e i Taira e che fu composto nel XIV secolo. A quale famiglia appartenesse Tomoe non lo sappiamo: quel "gozen" che segue il suo nome è solo un titolo onorifico, attribuito alle donne di alto rango, specialmente nel periodo Kamakura. La guerra Genpei devastò il paese a partire dal 1180 fino al 1185, segnando la drammatica fine del periodo Heian aristocratico (794-1185) e inaugurando l'età dei samurai. Fu essenzialmente una faida fra famiglie per il controllo del trono imperiale: da una parte il raffinato e aristocratico clan Taira che aveva sede a Kyoto, dall'altra il più ruvido, rustico e provinciale clan Minamoto. Se all'inizio il clan Taira sembrò prendere il sopravvento, nel 1183 furono cacciati da Kyoto e nelle battaglie chiave di Yashima e Dannoura furono annientati e il clan Minamoto prese il potere, governando da Kamakura fino al 1333. In tutto questo si sa che Tomoe ebbe un ruolo importante grazie alle sue straordinarie doti marziali e al suo coraggio come guerriera. Cognata e concubina (o sposa) del signore di Kiso, il generale Minamoto no Yoshinaka (1154-1184), è descritta come una donna molto bella, con la pelle bianca, lunghi capelli neri e tratti affascinanti. Ma ancora più elogiata era la sua abilità marziale: era un arciere formidabile ed un'abile spadaccina, guerriera di valore, pronta a confrontarsi con chiunque, fossero anche demoni e dei, a cavallo o a piedi, in grado di cavalcare destrieri indomabili dalle splendide criniere lungo ripidi pendii. Ovunque ci fosse battaglia, il generale Minamoto Yoshinaka la mandava in avanscoperta come suo primo capitano, con indosso una pesante Yoroi (l'armatura giapponese), una gigantesca spada ed un grande arco. E siccome i suoi atti di coraggio erano numerosissimi, era popolarissima presso le truppe e si diceva che fosse in grado di fronteggiare da sola migliaia di nemici.
Fra le sue imprese leggendarie si ricordano principalmente:
- La battaglia di Yokotagawara avvenuta nel sesto mese del 1181 in cui Tomoe sconfisse e raccolse le teste di 7 guerrieri a cavallo.
- La battaglia di Tonamiyama nel quinto mese del 1183 dove Tomoe guidò più di 1000 uomini del signore di Kiso alla vittoria.
- La battaglia di Uchide no Hama nel primo mese del 1184 dove con solo 300 uomini tenne testa ai 6000 cavalieri dei Taira, restando fra i pochissimi sopravvissuti.
Ma le sue imprese arrivarono ad una drammatica fine nel 1184. Infatti, sebbene i Minamoto avessero ormai sbaragliato il clan dei Taira, la guerra non era finita, perché ora iniziava la lotta interna alla famiglia per decidere chi doveva essere shogun. Il principale avversario del signore di Kiso Minamoto no Yoshinaka era suo cugino, Minamoto no Yoritomo, che vantava al suo fianco il leggendario guerriero Minamoto no Yoshitsune. Lo scontro finale fra i due avvenne il 21 febbraio 1184 nella battaglia di Awazu (o Awazugahara) presso il lago Biwa. Qui Tomoe si scagliò contro l'armata di Yoshitsune Minamoto riuscendo ad infliggere al nemico numerose ed importanti perdite, decisa a sostenere il suo amato a tutti i costi in quella battaglia ormai persa, per dargli il tempo necessario a commettere il suicidio rituale, ovvero il seppuku. Il generale Minamoto Yoshinaka, tuttavia, non riuscì nel suo intento e venne ucciso da una freccia, durante il combattimento.
Così narra nel IX libro lo Heike monogatari:
"Tomoe [...] di una forza e di una abilità rare nell'arco, che fosse a cavallo oppure a piedi, la spada in mano, era una guerriera capace di affrontare demoni o dei e che sola valeva mille uomini. Esperta nel montare i cavalli più focosi, nel discendere la pendenza più ripida, all'avvicinarsi della battaglia, indossata una pesante armatura dalle lamelle serrate, la lunga spada e l'arco potente in mano, appariva al nemico come un capitano di primo rango. [...] L'esercito di Kiso ora ha la peggio e, pur combattendo stoicamente, alla fine il signore di Kiso sta per soccombere, circondato solo da 5 vassalli.
E Tomoe è fra questi! Lui sta per morire, cerca la morte ma non vuole che Tomoe lo accompagni nella morte. Insiste.
Così, lei che non vuole cedere, non vuole ritirarsi:
"Ah, che venga un nemico degno di me! E io gli farò vedere il mio ultimo combattimento!" disse tra sé, arrestando il cavallo quando giunse, alla testa di trenta cavalieri, Onda no Hachiro Moroshige, un valoroso reputato per la sua forza nella sua provincia di Musashi.
Tomoe si gettò in mezzo alla mischia, spinse il suo cavallo contro quello di Onda, lo spinse, lo rovesciò, lo immobilizzò tenendolo fermo contro il pomolo della propria sella, gli tagliò la testa e lo respinse. Dopodiché si tolse l'armatura e se ne andò verso le province orientali."
La sua figura eroica e tragica ha dato vita a numerose leggende sulla sua sorte. In alcune si dice che si sia fatta monaca e che abbia recitato sutra in onore del defunto signore di Kiso, fino alla veneranda età di 91; in altre che si sia suicidata; in altre ancora che sia stata catturata da Wada Yoshimori, un tirapiedi di Minamoto no Yoritomo, costretta a diventare la sua concubina dando alla luce il leggendario Asahina Saburo Yoshihide; oppure che, ormai impazzita, vaghi per le contrade del Giappone con la testa del compagno in un involto.
La sua figura leggendaria è ricordata ancora ai giorni nostri: va ancora in scena ad esempio il dramma Noh di Zeami che porta il suo stesso nome. In esso si narra di un monaco proveniente dalla regione di Kiso e del suo incontro con una donna, durante una sosta a un tempio di Awazu. La donna prega e piange davanti all'altare e rivela al monaco che proprio lì si venera Kiso Yoshinaka e, dopo averlo invitato a pregare per la sua anima, scompare. Sopraggiunge quindi un contadino che racconta al monaco la storia di Tomoe e Yoshinaka. La notte seguente, mentre il monaco recita sutra in onore della divinità del luogo, appare il fantasma della donna con indosso l'armatura. E' Tomoe, ossessionata dal risentimento per non aver potuto morire insieme a Yoshinaka. Per questo implora il monaco di pregare per lei, affinché la liberi da questa ossessione. Tolta l'armatura e nascosto nel kimono il pugnale, unico ricordo del suo compagno, la donna si allontana verso le montagne di Kiso, coprendosi con un cappello da pellegrino. Se non amate il teatro, potete ammirarla durante il Jidai Matsuri che si svolge a Kyoto ogni anno il 22 ottobre. Infatti durante il Gyoretsu Jidai, la spettacolare parata lunga due chilometri e della durata di 5 ore, in mezzo a 2000 persone in costume potete ammirare anche Tomoe. E se le folle non sono la vostra passione, potete sempre celebrarla visitando uno dei numerosi cimiteri in cui si dice essere sepolta la nostra eroina. Fra tutti ne spiccano due: il Tempio Gichuji nella prefettura di Shiga e il Tempio Tokuonji nella prefettura di Nagano. Il primo è stato fondato nel dodicesimo secolo per celebrare il signore di Kiso; la leggenda narra che Tomoe costruì una capanna di paglia vicino alla sua tomba, cominciò a tenere cerimonie commemorative e alla sua morte fu sepolta qui e una lapide che porta il suo nome lo ricorda. Nel secondo invece si può visitare un museo dedicato alla famiglia Kiso, un mausoleo dedicato a Yoshinaka e la presunta tomba di Tomoe, affacciata su un piccolo santuario e con una statua in bronzo che la raffigura a cavallo. >>



Kiso Yoshinaka and Tomoe Gozen   木曽義仲 巴御前

Kiso Yoshinaka and Tomoe Gozen









La Cascata di Amida



Una delle più belle e poetiche opere del Maestro Hokusai e di tutta la tradizione yamatoe.
La Cascata di Amida (17) fa parte della serie Viaggio tra le cascate giapponesi di Hokusai, una serie di otto stampe pubblicate nel 1833. L'uso del motivo a strisce bianche e blu per descrivere il rapido scorrere dell'acqua e gli spruzzi della cascata proviene dalla tradizione yamatoe (18), Hokusai lo utilizza per esprimere le incredibili forze dalla natura.
L'immagine realizzata da Hokusai si discosta dalla realtà con lo scopo di suggerire la sensazione di mistero dovuta alle numerose leggende sorte attorno a questa cascata.
In alto le rocce scavate a forma di cerchio accolgono lo scorrere irrequieto di un torrente di montagna, da lì le acque precipitano verso il basso in un cadere silenzioso e senza fine.
Nella stampa, infatti, non si vede la fine della cascata, il momento in cui incontra il piccolo bacino d'acqua, che nella realtà non è molto distante, ma essendo di piccole dimensioni produce un boato che con tutto il suo fragore evoca le forze della natura creando un'atmosfera mistica quasi irreale.
La cascata di Amida è ritenuta una delle cento più belle cascate del Giappone, si trova in mezzo ad una montagna a nord di Minoota.
Le rocce che racchiudono il bacino della cascata formano una caverna al cui interno, dietro al getto d'acqua, sono disposte numerose statue di Buddha scolpite nella pietra. Questa cascata era un luogo sacro per i monaci che conducevano una vita ascetica sulla montagna, un luogo magico e suggestivo.






Sara Spolverini,
orecchini Acqua che scorre
argento 925
(2016)





Questi orecchini ripropongono il tema dell'acqua della Cascata di Amida di Hokusai.
Il motivo del disegno viene messo in risalto dalla brunitura. Le linee incise, a contrasto con la superficie lucida dell'argento, riprendono il metodo della tradizione yamatoe, per cui la rappresentazione dello scorrere dell'acqua attraverso linee bianche e blu aveva lo scopo di esprimere la forze della natura.




(17)
La Cascata di Amida, celebre opera del Maestro Hokusai, nato e vissuto a Edo, l’attuale Tokyo, è uno dei più grandi esponenti dell’arte giapponese ukiyo-e.

(18)
Yamatoe, è uno stile pittorico giapponese nato durante il periodo Heian (epoca della storia giapponese compresa tra l'VIII e il XII secolo), ebbe moltissima influenza sugli stili successivi, come quello degli ukiyo-e.


(testi e immagini da Sara Spolverini 2007-2017, p.174-176)












<< Se cerchi di ricordare tutto, perderai. Svuota la tua mente. Sii senza limiti, senza forma, come l'acqua. Se metti l'acqua in una tazza, lei diventa una tazza. Se la metti in una teiera, diventa la teiera. L'acqua può fluire, spargersi, sgocciolare o spezzare. Sii acqua, amico mio.

Quando si raggiunge la maturità in quest'arte, si avrà una forma senza forma. È come il ghiaccio che si dissolve nell'acqua. Quando non si ha una forma, si può avere qualsiasi forma; quando non si ha uno stile, si può avere qualsiasi stile. >>

Bruce Lee




Jindai Zakura, il ciliegio più antico del Giappone

Jindai Zakura, Tempio di Jisoji, Mukawa, Giappone



Jindai Zakura è il ciliegio più antico del Giappone, si trova nel giardino del Tempio di Jisoji di Mukawa una cittadina a ovest di Tokyo nella prefettura di Yamanashi.

La leggenda narra che fu piantato circa 2000 anni fa da Yamato Takeru no Mikoto, eroe giapponese, dopo la morte della sua amata.

Questo ciliegio dai fiori rosa pallido è di una qualità non fruttifera, la sua bellezza non nutre il corpo ma lo spirito.

La fioritura dei ciliegi  hanami   ''guardare i fiori'' , avviene tra marzo e aprile, è il simbolo della fugace bellezza della natura e della vita.





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<< L'adattamento è saggezza – La saggezza non consiste nel cercare di strappare il bene dal male, ma nell'imparare a "cavalcare" entrambi, proprio come un tappo di sughero si adatta alla cresta e al solco dell’onda.>>


<< Inizia il film, ed il pubblico vede un'ampia distesa di neve. Poi la telecamera si avvicina sempre di più ad un gruppo di alberi, mentre i suoni di una bufera riempiono lo schermo. C'è un albero gigantesco al centro dello schermo, interamente ricoperto di una spessa neve. Improvvisamente si ode un forte schiocco ed un grande ramo dell'albero cade a terra. Non ha potuto sopportare la forza della neve e si è rotto. Quindi la telecamera si sposta su un salice che si piega al vento. Dal momento che si adatta all'ambiente, il salice sopravvive.>>






Monte Fuji, Giappone


lunedì 26 febbraio 2018

Klimt experience, una mostra multimediale: quando l'Arte incontra la tecnologia


"ti credo quando mi dici che ti sembra di non avere un avvenire come artista: prima devi riposarti e poi imparare a vedere; dopo troverai un po' di tempo per la pittura. Il fatto è che dipingere è difficile, molto difficile..."
Gustav Klimt



Un percorso multimediale di immagini in una mostra interattiva (?).
Personalmente secondo me viene a mancare la poesia, la vera anima dell'Arte. Un'esperienza visiva in realtà più passiva che attiva. L' "emozione vera" del materiale non ha confronto con un virtuale che resterà sempre freddo e distante dall'animo umano.
Come diceva Klimt ''dipingere è difficile'', io penso che ci sarà un motivo per cui lo è, perché il vero è sicuramente più difficile ma resterà sempre più bello rispetto ad una costruzione grafica digitale, che forse si arriva a molti ma non lascia niente allo spirito e all'anima.

Resto perplessa... capisco che questo (per molti) è il futuro... ma mi viene da aggiungere un ''purtroppo''.





KLIMT EXPERIENCE

ROMA

10 FEBBRAIO – 10 GIUGNO 2018

SALA DELLE DONNE

COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN GIOVANNI ADDOLORATA


www.klimtexperience.com


<<La vita, le figure e i paesaggi di Klimt sono i protagonisti assoluti di questa rappresentazione multimediale immersiva, dedicata al padre fondatore della Secessione Viennese. Opere come Il Bacio, L’Albero della vita, oppure Giuditta, sono entrate a far parte della cultura popolare, eppure Klimt resta un artista da scoprire e da raccontare.
Klimt Experience, propone al visitatore emozioni uniche, un’immersione totale in un mondo simbolico, enigmatico e sensuale, dove si concretizza il trionfo di un’arte senza tempo e confini.>>











domenica 25 febbraio 2018

Il mondo fluttuante nelle sculture tessili di Janet Echelman

Ukiyo-e , Il mondo fluttuante
In queste sculture fluttuanti ritroviamo concetto di ciclicità della vita del Ukiyo-e (ovvero il ''mondo fluttuante'') secondo cui noi tutti siamo il coesistere di diversi aspetti della stessa natura e facciamo parte di un Unico Tutto in divenire, in un continuo fluire senza tempo.
Una scultura di Janet Echelman per festeggiare 400 anni di Plaza de Mayor a Madrid By Valentina Poli


<< Per dieci giorni, dal 9 al 19 febbraio, è stata installata 1.78 Madrid, una grande scultura realizzata dall’artista americana Janet Echelman (1966, Tampa, Florida), per festeggiare il quattrocentesimo compleanno della Plaza de Mayor a Madrid.

L’OPERA

La scultura 1.78 Madrid fa parte di un ciclo conosciuto come Earth Time che l’artista ha iniziato nel 2010 e che l’ha portata ad esporre i suoi lavori in varie città del mondo. Denominatore comune per ogni opera è il tempo. 1.78 indica proprio un arco temporale e precisamente i secondi che, secondo gli scienziati della Nasa, il giorno ha perso come conseguenza diretta del terremoto del Giappone nel 2011, un evento sismico così potente da mutare gli equilibri terrestri accelerando la rotazione del pianeta. La grande scultura della Echelman, che fluttua sulla statua di Re Filippo III di Spagna al centro della piazza, ricorda, nella sua instabilità costante, come ogni piccola azione abbia delle conseguenze. E ci invita a riflettere sull’impatto che ogni essere umano ha sull’equilibrio del pianeta. Un reticolato di fibre di polietilene, particolarmente resistenti, legate tra loro grazie a piccoli nodi che danno vita ad una struttura altamente flessibile che muta in base al tempo e al vento. Ogni elemento è collegato all’altro: il cambiamento dell’uno porta ad una trasformazione totale dell’opera. Durante tutto il periodo dell’esposizione, l’opera è stata visibile anche di notte grazie a luci colorate.

UN’ARTISTA CHE GUARDA AD ORIENTE

Nel corso della sua vita Janet Echelman ha compiuto numerosi viaggi in Oriente che hanno profondamente segnato la sua ricerca. Ad Hong Kong studia calligrafia cinese e pittura a pennello, poi a Bali in Indonesia, dove apprende le tecniche tessili dagli artigiani locali che combina con la pittura contemporanea. Ma è dai pescatori orientali che la Echelman impara la tecnica per costruire le sue enormi sculture fluttuanti ispirate proprio alle reti da pesca così sottili eppure così resistenti da sopportare ogni tipo di clima. E diventano un nuovo modo di approcciare la scultura e di creare forme volumetriche senza l’uso di materiali pesanti.>>



Seminario di Shodo 23-25 febbraio 2018



calligrafia giapponese ''rabbia'' e ''tristezza''


realizzata durante il seminario di febbraio della scuola Bokushin presso ASD Oriente di Livorno.









Scuola Bokushin
Asd Oriente
Sara Spolverini

venerdì 23 febbraio 2018

Monet e Il mistero delle ninfee

Monet

19/10/2017 - 03/06/2018 ROMA


<< La mostra Monet, ospitata nella sede del Complesso del Vittoriano - Ala Brasini di Roma, propone al pubblico 60 opere del padre dell’Impressionismo provenienti dal Musée Marmottan Monet di Parigi, quelle stesse opere che l’artista conservava nella sua ultima, amatissima, dimora di Giverny e che il figlio Michel donò al Museo. >>

www.ilvittoriano.com/mostra-monet-roma.html


www.ilvittoriano.com/mostra-monet-roma.html


A proposito di Monet consiglio a chi non lo avesse già fatto di leggere Il mistero delle ninfee di Ross King.

<< ... I visitatori descrivevano Giverny come il paradiso terrestre, il paese dei sogni, il regno delle fate trasformato in realtà. >>

Claude Monet arrivò a Giverny quando aveva quarantadue anni e decise di trasferirsi in questo piccolo paese non distante da Parigi in una grande casa con un grande giardino e un grande Atelier dove poter dipingere. Monet amava molto i fiori e si prendeva cura personalmente del suo giardino. Davanti all'ingresso della casa si trova il Viale delle rose,  il fiume Ru all'interno della sua proprietà si allarga dando origine ad uno stagno e ad une vero e proprio giardino acquatico con le ninfee e il ponte in stile giapponese. Un luogo da sogno che ispirò il grande artista a realizzare alcune delle tele più belle del mondo.

<<Un vecchio casolare conosciuto con il nome di Le Pressoir , Monet dipinse subito le persiane di verde colore che diventò rapidamente noto in paese come verde Monet e trasformò in atelier un fienile collegato alla casa con il pavimento in terra battuta.>>

Monet amava il giardinaggio e la buona cucina, la sala da pranzo, la salle à manager, è una delle stanze più caratteristiche della casa <<in cui tutto - pareti, buffet, sedie, travi del soffitto, boiserie - era dipinto di quello che un ospite definì “giallo Monet’’. La cappa di rame del camino era così lucida ad abbaiare di occhi. Alle pareti erano appese più di cinquanta stampe giapponesi…>>.

Il fatto che il termine “Impressionismo” derivi dal dipinto di Monet Impressione, levar del sole è una leggenda erronea, in realtà questo nome venne fuori con intento denigratorio durante una conversazione in cui questi pittori venivano paragonati ai <<bambini quando giocano con carta e pastelli riescono a fare di meglio>> Monet  che alla fine dell’Ottocento venne annoverato  tra quelli che venivano chiamate <<bestie selvatiche dell'arte>> , ovvero i Fauves, nel 1914 all’età di 73 anni era uno dei pittori più capaci di tutti i tempi <<potente poeta della natura nelle cui opere echeggia il suono misterioso dell’universo>>.

Lo stesso Paul Cézanne pensava che fosse <<semplicemente il migliore>>,  <<Monet non è che un occhio, ma buon Dio che occhio!>>, <<…l’occhio più prodigioso della storia della pittura>>. Nel 1883 un recensore aveva affermato che Monet <<vede in modo diverso dal resto dell’umanità, ipotizzando che possedesse una sensibilità acuta per i colori ultravioletti quelli immediatamente al di fuori dello spettro percettibile dell’occhio umano>>.

Per l’amico Georges Clemenceau, Monet possedeva <<l’occhio assoluto>> , <<un nuovo modo di vedere, sentire ed esprimere>>.
Il Maestro lavorava spesso a più tele contemporaneamente in quella che era una vera è propria <<caccia alle impressioni>>, il risultato sono dipinti dove <<deliziose vibrazioni di colore hanno effetto calmante sulla vista e sulla mente>>, la casa d'aste Sotheby's di Londra definì Monet come “il grande antidepressivo”. Nei suoi “paesaggi acquatici” <<l'acqua il cielo erano infiniti non avevano né un inizio né una fine, come essere presenti in una delle prime ore della nascita del mondo. Era misterioso, poetico, squisitamente irreale>>.

Il mistero delle ninfee è anche un libro che parla di storia, Clemenceau è un personaggio politico importante per la Francia di quegli anni, fu Primo Ministro durante la Prima Guerra Mondiale, Winston Churchill scrisse <<Clemenceau incarnava la Francia, ne era l’espressione. Se mai un singolo essere umano può essere una nazione egli era la Francia>>.
Poincaré alla fine della guerra scrisse <<per tutti lui è liberatore, il fautore della vittoria. Solo lui incarna la Francia…>>. Lo stesso Clemenceau affermò che lungo i boulevard in festa <<mi hanno baciato più di cinquecento ragazze da questa mattina>>.
Clemenceau fu grande amico e sostenitore di Monet, lo incoraggiò spesso a portare avanti il suo il suo grande progetto delle Ninfee destinato al Museo dell’Orangerie, in due grandi sale dalla forma ellittica in cui le gigantesche tele alle pareti sono illuminate in maniera diffusa ed uniforme da un lucernario largo tutto il soffitto, come voleva Monet la luce è la protagonista di quest’esperienza visiva straordinaria e contemplativa.
Ma Monet, da grande ricercatore quale è stato, non era mai  pienamente soddisfatto dei suoi lavori <<Quando sarò morto, disse a Clemenceau, troverò più sopportabili le loro imperfezioni>>.
Monet <<voleva rendere le sue impressioni di fronte agli elementi più fugaci, congelare l'aspetto degli oggetti tra le ombre fuggevoli di luci e di aria, sto inseguendo un sogno, ammise nel 1895, voglio l’impossibile>>.
Monet è sensibilità visiva ma anche abilità tecnica, affronta la difficoltà di <<dipingere queste “cose impossibili” con una mano abile capace di tecniche impercettibili ma magistrali, la sua pennellata è un turbine sfrenato>>

La sua grande sensibilità artistica alla quale egli dette una risposta pittorica, troverà nell’arco del Novecento una risposta tecnologica fino ad arrivare ai giorni nostri in cui questi stessi elementi vengono analizzati attraverso la fotografia, oggi considerata a tutti gli effetti un mezzo di espressione artistica. In questo è chiaro quanto Monet fosse in anticipo sui tempi, la sua genialità consiste nell’aver colto con un secolo di anticipo questa nuova possibilità di espressione e ricerca rivoluzionando la pittura contemporanea, e restando moderno ed attuale, e a mio parere da un punto di vista pittorico insuperato ancora oggi.




Monet nel suo atelier a Giverny

Monet nel suo giardino









<< Les Nymphéas [Ninfee]
Donate alla Francia dal pittore Claude Monet all’indomani dell’armistizio dell’11 novembre 1918 come simbolo di pace, les Nymphéas [Ninfee] sono esposte nelle sale dell'Orangerie nel 1927, pochi mesi dopo la morte dell’artista, come da lui stabilito. Questa serie unica, autentica "Cappella Sistina dell’impressionismo" ‒ come la definì André Masson nel 1952 ‒ offre una testimonianza dell’opera dell’ultimo Monet: concepita come un ambiente a se stante, essa va a coronare il ciclo delle Nymphéas [Ninfee] iniziato circa trent’anni prima. Si tratta di una delle più vaste realizzazioni monumentali nella pittura della prima metà del Novecento. Le dimensioni e la superficie dipinta circondano e inglobano lo spettatore su quasi cento metri lineari su cui si dispiega un paesaggio d’acqua delimitato da ninfee, rami di salici, riflessi di alberi e di nuvole, che dà “l’illusione di un tutto senza fine, di un’onda senza orizzonte e senza rive”, secondo le parole dello stesso Monet. Un capolavoro unico, di cui non esistono equivalenti al mondo. >>

www.musee-orangerie.fr/fr/page/il-museo-dellorangerie

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